30/09/09





Discriminazione razziale: con la leghista Lussana indietro tutta


 

Negli ultimi anni sono state apportate numerose modifiche al codice penale in tema di reati di opinione di cui non è stata data assolutamente una degna diffusione. Un esempio su tutti sono le leggi in materia di discriminazione razziale in cui l'Italia sta percorrendo una strada in direzione contraria rispetto ai principi di evoluzione e globalizzazione, come avviene nel resto del mondo.

Su questo tema inizialmente era stata ratificata nel 1975 la legge n.654 che faceva sue le conclusioni alle quali si era giunti durante la convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, documento firmato a New York nel 1966. La norma introdotta prevedeva per i trasgressori la reclusione da 1 a 5 anni e colpiva anche chi diffondeva, incitava o promuoveva idee circa la supremazia di un etnia su un altra.
Veniva ritenuto colpevole alla stessa maniera anche che partecipava o semplicemente assisteva a riunioni di organizzazioni o associazioni di tal genere. La pene erano più severe per i capi ed i promotori di questi organismi.
Il decreto terminava con l'invito alla popolazione di osservare e FAR OSSERVARE la norma.

Questa direttiva è stata poi modificata dalla legge n.205 del 1993, la così detta legge Mancino, che titolava “misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. Viene così rettificata la pena riducendola fino ad un massimo di 3 anni da infliggere a chi diffonde e incita l'odio razziale, etnico o religioso; da 6 mesi a 4 anni per chi incita o commette atti di violenza per motivi razziali, etnici o religiosi. Viene anche prevista un eventuale pena accessoria che obbliga il reo a compiere volontariato a favore della collettività per un periodo massimo di 12 settimane e comunque dopo aver scontato la pena detentiva. Chi esibisce simboli razzisti può essere altresì condannato alla reclusione fino a 3 anni e ad una multa da 200.000 a 500.000 lire.


Arrivando ai giorni nostri tutte le carte in tavola sono state mescolate grazie all'introduzione, nel 2006, della legge n°85, una norma di iniziativa dell'on. Carolina Lussana, una militante della Lega Nord.
La prima cosa che balza all'attenzione è la consistente diminuzione della pena che può essere inflitta a chi propaganda idee xenofobe che può arrivare ad un massimo di 18 mesi o, in alternativa, il pagamento di un ammenda di 6.000 euro. Grazie a questa norma oggi i principi razzisti possono essere diffusi ma non propagandati ( !!! ), viene depenalizzato l'incitamento all'odio razziale sanzionando solo la sua istigazione. Chi invece si limita a indurre alla violenza per motivi razziali, etnici o religiosi può essere punito con la reclusione per sei mesi.


Un esempio pratico delle conseguenze di questa legge potrebbe essere che se io scrivessi che " I LEGHISTI SONO UNA RAZZA CEREBRALMENTE INFERIORE A QUALSIASI ALTRA ETNIA ESISTENTE AL MONDO E CHIUNQUE DICA IL CONTRARIO E' UN IGNORANTE " … me la dovrei cavare affermando che non sto propagando le mie idee intolleranti ma sto solo diffondendole.




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29/09/09





Videocracy, basta apparire


"L’Italia non è più divisa tra destra e sinistra, ma tra chi è una celebrity televisiva e chi no".
Parola di Erik Gandini, il regista italiano trapiantato in Svezia che ha portato alla Mostra di Venezia l'attesissimo Videocracy, evento speciale in collaborazione tra Settimana della Critica e Giornate degli Autori, e ora in sala con Fandango.
Da Lele Mora a Fabrizio Corona passando per reality, tronisti, veline e sogni privati per il piccolo schermo pubblico, il documentario inquadra il "bestiario" televisivo italiano per rintracciare la genealogia del nostro sistema politico-mediatico, che da 30 anni ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi, "il Presidente - come lo definisce Gandini - prima della televisione, poi di tutto".





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28/09/09





La 'ndrangheta nel sequestro Moro



Non voglio fare una nuova analisi della vicenda ma solo proporre una lettura dei fatti alla luce anche delle dichiarazioni del pentito della ‘ndrangheta Francesco Fonti.

Fonti fu già un prezioso collaboratore per le indagini che hanno indagato il business di navi con carichi tossici fatte dolosamente affondare nel mare di Calabria. Non tutti sanno però che Francesco Fonti ha fornito anche clamorose rivelazioni sul caso Moro e del ruolo che ebbe la 'ndrangheta in questa dolorosa vicenda che segnò a lungo la storia dell'Italia.

Francesco Fonti, oggi sessantunenne, è un pentito della 'ndrangheta, ex affiliato di alcune tra le 'ndrine più potenti come i Romeo, i Nirta, i Musitano.
Cominciò la sua carriera criminale come corriere della droga tra Modena, Reggio Emilia e Milano e arrivò a ricoprire la carica di Vangelista, una sorta di custode delle regole della 'ndrangheta. Questo suo ruolo gli permise di venire a conoscenza di molti dei segreti del mondo della santa.

Nelle sue rivelazioni Fonti racconta che nel 1978 il capobastone Sebastiano Romeo, detto U Staccu, gli ordinò di scoprire dove le Brigate Rosse tenessero sequestrato Aldo Moro. Romeo affermò che la richiesta arrivava direttamente da quella parte della Democrazia Cristiana che avrebbe voluto salvare Aldo Moro.
L'incarico, così delicato, gli fu affidato in virtù dei contatti che Forti aveva sia con personaggi dei servizi segreti sia con alcuni malavitosi di Roma.
Saranno proprio i criminali della Banda della Magliana che gli menzionarono per primi via Gradoli come il luogo nel quale veniva detenuto Moro.
La conferma della veridicità dell'informazione arriva anche dal generale Giuseppe Sansovito e da un fantomatico “Pino”, entrambi agenti del Sismi. Questi ultimi aggiunsero anche che a breve l'Onorevole Moro avrebbe dovuto essere liberato.

Francesco Fonti torna in Calabria per riferire al boss Romeo ma viene gelato dalla secca affermazione di questi che gli dice: “a Roma i politici hanno cambiato idea. Dicono che dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri”.

Il corpo senza vita di Aldo Moro fu fatto trovare pochi giorni dopo, il 9 maggio.






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Italia radioattiva


Il problema del trattamento e del deposito delle scorie radioattive è una delle questioni più critiche per l'industria nucleare. Il procedimento di fissione o di fusione produce residui ad elevata radioattività che rimangono estremamente pericolosi per lunghissimi periodi. Giusto per avere un idea di quanto tempo impiega il materiale radioattivo a diventare innocuo si può citare il plutonio con i suoi 241mila anni, o l'uranio 238 con 4,5 miliardi di anni.
Ad oggi soluzioni realmente definitive non sono ancora state trovate.

In Italia le installazioni che ospitano stabilmente materiale nucleare sono a:

Garigliano (Caserta), dove è in funzione un impianto per il recupero di scorie. Questa località è già stata teatro di  due gravi incidenti nucleari; nel 1964 in cui si sfiorò la strage per un guasto al sistema di spegnimento del reattore e nel 1969 in cui vi furono sette arresti consecutivi per guasti di varia natura.

Latina, nel 1969 si èa già andati vicino alla catastrofe a causa di ripetuti arresti alla centrale per mancata alimentazione alla strumentazione.

Casaccia (Roma), è la località che ospita ad oggi la quantità maggiore di materiale radioattivo. Nel 1974 si ruppe un recipiente contenente plutonio, nessuna altra notizia trapelò circa l'incidente che rimane ancora avvolto dal mistero. Nel 2006 è avvenuta nuovamente una fuoriuscita di plutonio che ha contaminato sei persone, l'incidente è stato ammesso con quattro mesi di ritardo.

Trino (Vercelli), qui si trovano 128 tonnellate di combustibile irraggiato. Nel 1967 una guaina d'acciaio di una barra di combustibile si fessurò e per i tre anni seguenti la centrale ha scaricato nelle acque del fiume Po il trizio radioattivo.

Saluggia (Vercelli), è il luogo dove sono concentrati i rifiuti a più alto tasso di radioattività, alloggiano in una vasca del reattore di ricerca Avogadro. Oltre a rappresentare il sito più pericoloso in quanto tipo di materiale stoccato, Saluggia è anche una località a rischio idrogeologico; sorge sulle sponde della Dora Baltea, un fiume che non è nuovo a piene o esondazioni, ed è posto sopra alla più importante falda acquifera del Piemonte.

Caorso (Piacenza), dove si trovano 200 tonnellate di combustibile irraggiato. Nel maggio 1978 si ebbero fughe di materiale radioattivo a causa di tubi mal progettati.

Rotondella (Matera) dove si trovano 2,3 metri cubi di rifiuti che non sono mai stati messi in sicurezza, circa 3 metri cubi di uranio e torio, 14 container di rifiuti biomedicali e 64 fusti di combustibile irraggiato. Da cinquant'anni Rotondella è sede dell’unico cimitero di rifiuti nucleari esistente in Italia che consiste in quattro fosse in cui è stipato cobalto 60, cesio e altri radionuclidi per una somma di circa 100 curie di contaminazione. L'unica barriera che divide i rifiuti lì stoccati e l'ambiente circostante è rappresentato da uno strato di bitume.
Se non si farà nulla per la messa in protezione è qui che a breve avverrà il prossimo disastro nucleare.

Poi c'è Montecuccolino (Bologna), Boscomarengo (Alessandria), Ispra (Varese), Milano, Pavia, Legnaro (Padova), Palermo e Pisa (che è coperta da segreto militare). A queste località “istituzionali” vanno aggiunti i depositi privati di Milano, Como, Taranto, Foggia, Alessandria, Palermo, Vicenza, Udine; una moltitudine di altre località non catalogate poiché il materiale radioattivo ha esclusivamente scopi industriali e moltissimi stazionamenti militari NATO.

Tutto questo per la modica somma di qualcosina più di 30.000 tonnellate di scorie tossiche/radioattive disseminate lungo il nostro bel paese ... siamo seduti comodamente su una bomba atomica innescata, pronta ad esplodere al primo inconveniente che si dovesse presentare.



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26/09/09





Per l'Italia la tortura non esiste

Si torna a chiedere all'Italia di assolvere ai suoi obblighi in tema di tortura. L'Italia temporeggia da quasi 20 anni non introducendo il reato di tortura nel codice penale, non ha inoltre ratificato il protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

Il fatto che l'Italia resti ancora priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale permette non solo il fatto che la “tortura” legalmente è un reato senza specifica definizione, ma anche ché gli atti di tortura e i maltrattamenti di cui sono accusati i pubblici ufficiali vengano perseguiti come reati ordinari come l'abuso d'ufficio e le lesioni personali, puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione.
I pubblici ministeri del processo a Genova su quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, presentando le proprie richieste al giudice nella requisitoria, hanno riferito di una "oggettiva vessazione nei confronti di tutti i detenuti e per tutto il periodo della loro permanenza presso il sito": questa condotta a loro avviso ha violato il divieto di tortura e maltrattamenti previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. I pubblici ministeri hanno segnalato la difficoltà, in mancanza di un reato di tortura nell'ordinamento penale, di ricondurre i fatti che costituirebbero tortura nelle fattispecie ordinarie e l'assoluta necessità di colmare questa lacuna.

Come se non bastasse L'Italia non ha ancora condannato la pratica delle rendition, cioè del trasferimento illegale verso paesi in cui si è consapevoli che i prigionieri subiranno ulteriori violazioni dei diritti umani, compresa la tortura e altri maltrattamenti. L'Italia continua a non collaborare con le inchieste internazionali che la vedono coinvolta per questo reato.
Tre sono i casi di rendition che chiamano direttamente in causa l'Italia:
  • Abu Omar, rapito a Milano nel 2003 per cui l'Italia è diventata colpevole in modo solidale con gli USA e l'Egitto per il suo coinvolgimento nella sparizione forzata, la detenzione illegale, il trasferimento in Egitto, le torture e di ogni altra violazione dei diritti umani che è stata inflitta ad Abu Omar.
  • Maher Arar, condotto nel 2002 in Siria da un volo Cia che fece scalo a Ciampino
  • Abou El Kassim Britel, cittadino italiano fatto scomparire in Pakistan nel 2002 e tuttora imprigionato in Marocco

Tra il 2001 e il 2005 gli aerei legati alla Cia che hanno fatto scalo in Italia sono almeno 46.

Nel 2007 l’Italia, per discolparsi dall'accusa di rendition di Nassim Saadi che il “decreto Pisanu” aveva provocato con i facili procedimenti di espulsione che prevede, ha tentato di scusarsi davanti alla Corte Europea dicendo di avere ricevuto le “assicurazioni diplomatiche” che non sarebbe stata applicata la tortura e che comunque il rischio per la persona di essere sottoposta a tortura e altri abusi era controbilanciato dal rischio che l'uomo rappresentava per la sicurezza del suo paese.
La Corte europea ha rigettato queste motivazioni annullando il provvedimento di espulsione di Nassim Saadi rimproverando aspramente l'Italia e riaffermando l'assoluto divieto di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti, senza nessuna eccezione, principio che veniva messo gravemente in dubbio dalla tesi sostenuta dall'Italia.

Secondo la Corte Europea l’Italia dovrebbe modificare le norme del c.d. decreto Pisanu sulle espulsioni allineandole con gli standard internazionali sui diritti umani. Grazie al decreto Pisanu infatti diverse persone, alcune delle quali regolarmente residenti in Italia, sono state espulse senza garanzie verso paesi in cui vi era il concreto rischio di vedere negati i diritti umani e ove tuttora si trovano.
Una di loro è Cherif Foued Ben Fitouri, rimpatriato in Tunisia il 4 gennaio 2007. Dopo l'arrivo in Tunisia, Ben Fitouri, che ha moglie italiana e tre bambine, è stato trattenuto in detenzione segreta per oltre 12 giorni dove è stato sottoposto a torture maltrattamenti, in seguito incarcerato e sottoposto a processo.

Nonostante le richieste l'Italia non ha fatto alcunché a riguardo.



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25/09/09





Roma ladrona, ma anche casa Bossi ...


Per anni il senatùr ha sbandierato come una piaga tipica del sud quella della raccomandazione e del clientelismo. Adesso è sempre lui a dimostrare che questa piaga è molto più diffusa di quanto si pensi.

Umberto Bossi si è dimostrato il più convinto propugnatore della teoria del nepotismo.

Preferire un professionista ad un altro solo sulla base della relazione famigliare che lo lega piuttosto che per la capacità dimostrata è già un gesto gravissimo, ma cosa succede se il famigliare non è neppure un professionista, anzi, se l'unico titolo che può vantare è il cognome che porta?
Il nepotismo è uno dei pericoli più insidiosi per la democrazia, si concentrano troppi poteri nelle mani di una sola famiglia e la meritocrazia, risorsa indispensabile per il miglioramento, viene seppellita di fronte al peso di un legame di sangue.

Veniamo ai fatti:
è il novembre 2004 quando fanno il loro ingresso nel parlamento europeo i nuovi “assistenti accreditati” Franco e Riccardo.
Franco è un carrozziere, lavorava in un negozio di autoricambi a Fagnano Olona, in provincia di Varese, è finito a far da portaborse a Matteo Salvini. Dettaglio marginale è il fratello del senatùr. Franco Bossi, a onor del vero, oltre che avere competenze motoristiche qualche cosa forse dovrebbe capici visto che in precedenza il fratellino gli aveva imposto un severo tirocinio facendolo diventare, in ordine, c.t. della squadra di ciclismo della Padania, socio della "cooperativa 7 laghi" e membro del consiglio di amministrazione delle case popolari di Varese.

Riccardo ha solo 26 anni e dunque è logico che rimanga a lavorare con papà: è diventato assistente di Umberto Bossi, il papino. Uno stipendio da 12.750 euro al mese potrà aiutare questo figlio a farsi strada nella vita.

Nel 2009 finalmente anche un altro figlio può fare il suo ingresso nel mondo del lavoro: dopo 3 tentativi andati buchi si è riuscito a diplomare anche Renzo, un altro figlio della tribù Bossi. Per l'agoniato diploma non bastava regalare un semplice orologio, no, la fatica è stata troppa, papà ha dovuto sfoderare tutti i suoi “lei non sa chi sono io” per riuscire a strappare il pezzo di carta per il figlio. Va degnamente festeggiato, va nominato membro dell'”osservatorio Expo 2015 di Milano”, un incarico creato su misura per il rampollo. Lo stipendio, ovviamente, è adeguato alla carica di un team manager che si rispetti: 12.000 euro al mese.

Ma non sono gli unici casi di nepotismo leghista: il medico persona le di casa Bossi fu candidato alla Camera nel collegio di Milano 3; Marco Reguzzoni, genero di Francesco Speroni è diventato presidente della provincia di Varese e altri casi ancora.

Aspettiamo ora che crescano anche gli altri giovani eredi di casa Bossi; Roberto Libertà ed Eridanio.


«La Lega assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo»
«Il nostro programma? Incrementare i posti di lavoro, eliminare i favoritismi clientelari e restituire il voto ai cittadini»
«Non si barattano i valori-guida con una poltrona!»
«far crescere la gente e non dare spazio agli arrivisti»

Come sembrano lontani i tempi in cui i leghisti strepitavano a gran voce questi slogan.






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23/09/09





Manipolazione dell'informazione: IL CASO CARLO GIULIANI



Negli ultimi tempi si è tornati a parlare dei fatti avvenuti durante il G8 di Genova nel 2001 e che hanno portato alla morte del giovane Carlo Giuliani. L'occasione ci è data dalla sentenza emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sulla vicenda. Una vicenda triste e dolorosa ricordata tra le più drammatiche avvenute in Italia.
Ma prima di commentare l'attualità proviamo a ricordare i fatti.

18 19 20 luglio del 2001 si è svolto a Genova il vertice dei G8, tutto era stato preparato curando anche i particolari; era fondamentale per la diplomazia italiana offrire sul palcoscenico internazionale l'immagine di un paese impeccabile, quasi da cartolina.
Erano state predisposte finte facciate a coprire gli edifici vecchi e scrostati, limoni finti sugli alberelli, fu vietato stendere i panni alle finestre, i tombini erano stati sigillati, poste grate e cancelli per delimitare la zona rossa, furono distribuiti agli abitanti pass che gli consentissero di tornare a casa loro la sera, furono autorizzati controlli e perquisizioni nelle case dei cittadini, i negozi erano blindati, erano stati rimossi i cestini della spazzatura.
Colpevolmente però i cassonetti dell'immondizia furono incredibilmente dimenticati e furono lasciati lungo le strade.
Nel porto erano predisposte mine anti-sottomarino e missili , era stato ordinato il blocco aereo, sospeso il trattato di Shenghen, gli elicotteri sorvolavano costantemente la città.
8 presidenti in riunione
300.000 uomini per garantire l'ordine pubblico
8 docce di decontaminazione predisposte in ospedale
560 feriti
301 arrestati o fermati
e un morto CARLO GIULIANI
Il 20 luglio era la 12° brigata carabinieri "Sicilia" ad essere scesa in strada per garantire l'ordine pubblico. La tensione era molto alta, da parte delle forze dell'ordine come tra i manifestanti.



A seguito della vicenda Mario Placanica fu indagato per omicidio. Il procedimento si concluse il 5 maggio 2003 con l'archiviazione. Il giudice affermò che il colpo che uccise Carlo Giuliani fù sparato verso l'alto e deviato da un sasso scagliato da un altro manifestante. L'investimento con il mezzo di servizio invece venne giustificato dalla necessità della fuga.
La famiglia Giuliani fa appello presso la Corte Europea dei diritti dell'uomo che il 25 agosto 2009 emette la sua sentenza.

E' qui che la realtà dei fatti comincia a discostarsi dall'interpretazione che ne viene data dai media italiani. L'informazione che viene riportata infatti risulta essere funzionale a non far emergere le reali responsabilità che la sentenza invece indica.

I giornali di quei giorni titolano:
  • Per la Corte europea Carlo Giuliani fu ucciso per «legittima difesa»
  • Il caso Carlo Giuliani chiuso a Strasburgo

Tutto notizie vere, tutte notizie parziali. Si assiste alla manipolazione e al travisamento della realtà. Viene mantenuta ai margini la restante, preponderante, parte della sentenza emessa.

La Corte europea dei diritti dell’uomo infatti ha condannato l’ Italia
  • per inadempimenti nell’indagine sulla morte di Carlo Giuliani
  • per aver violato il diritto alla vita
  • per aver infranto il divieto ai trattamenti inumani
  • per aver negato il diritto ad un processo equo

I giudici europei hanno ritenuto che l’Italia non avesse “rispettato gli obblighi di procedura”. L’ autopsia non è stata risolutiva per tutti i dubbi che avrebbe dovuto chiarire, nonostante ciò la Procura autorizzò la cremazione del ragazzo, addirittura ancor prima di avere i risultati autoptici impedendo così ulteriori esami che avrebbero potuto essere chiarificatori.

I giudici deplorano il fatto che l’indagine interna si è limitata a determinare le responsabilità degli attori immediati senza cercare di far luce su eventuali debolezze nella pianificazione e gestione delle operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico.

La Corte Europea dei diritti dell'uomo ha rilevato che l’inchiesta non spiega le ragioni per cui Mario Placanica, che era stato ritenuto dai suoi superiori incapace di proseguire il suo servizio dato lo stato psichico già prima del tragico evento sia stato lasciato in possesso di una pistola carica e collocato in una jeep priva di protezione e isolata dal plotone che aveva seguito.

La Corte considera che l’inchiesta avrebbe dovuto valutare anche gli aspetti dell’organizzazione e della gestione dell’ordine pubblico poiché c’è uno stretto legame tra il colpo mortale e la situazione nella quale si è ritrovato Mario Placanica.

L’inchiesta dunque viene ritenuta inadeguata, non ha ricercato le persone responsabili di aver permesso il realizzarsi della situazione che ha dato origine poi a tutti i disordini.

In poche parole la Corte Europea dei diritti dell'uomo afferma che si Placanica agì per legittima difesa ma aggiunge che la responsabilità dell'accaduto è da ricercarsi in chi dirigeva le operazioni nella piazza. A questo corrispondono ovvie responsabilità politiche e della gestione dell’ordine pubblico che si sono tradotte non solo nell'omicidio di Carlo Giuliani ma anche nelle violenze avvenute in strada, a Bolzaneto, alla Diaz.

Non a caso Amnesty International, nel suo rapporto sui fatti di Genova, parla di "una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente" .

Ma tutto questo, in Italia, non si dice.


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